La Campagna

«Quando il San Raffaele ci ha chiesto di pensare a una campagna di sensibilizzazione e di raccolta fondi per il suo nuovo centro di ricerca sul diabete, abbiamo capito che eravamo di fronte a un problema delicato. Il diabete infatti non è - per fortuna - una condanna a morte, come altre drammatiche malattie del nostro tempo. E' un dramma diverso, un piccolo costante dramma quotidiano.

Abbiamo parlato a lungo con i medici del San Raffaele, ci hanno raccontato nel dettaglio cosa vuol dire la vita di un diabetico, i mille piccoli vincoli imposti alla sua vita di tutti i giorni. Ecco: è stato allora che abbiamo pensato che, se non era una condanna a morte, sicuramente il diabete era una "condanna a vita". E che le limitazioni e le attenzioni imposti dalla malattia, se non una sofferenza fisica, certamente erano un peso da portare ogni giorno, per tutta la vita. L'idea visiva della campagna, la palla di ferro incatenata alle scarpe, è venuta fuori quasi da sola, dalle parole "peso" e "condanna". Abbiamo pensato di legare la catena a delle scarpe da uomo, da donna, da bambina: ci è sembrato un modo più elegante e meno didascalico di raccontare la storia di persone in carne ed ossa.

Naturalmente, insieme ai promotori del San Raffaele, ci siamo posti mille problemi. I loro medici sono a contatto ogni giorno con i loro pazienti diabetici, e fanno di tutto per non farli sentire malati. Figuriamoci condannati. Come avrebbero preso la campagna? Abbiamo riflettuto a lungo. Da una parte, sentivamo che c'era bisogno di un messaggio "forte", proprio perché era un problema che veniva avvertito come "debole". Un messaggio che non fosse pensato per rassicurare i diabetici, ma per dare una scossa chi non lo era. Dall'altra parte, sentivamo che parlare di condanna - per quanto crudo - non era poi sbagliato. Non perché i malati di diabete vivano una vita senza speranza (sono spesso persone fantastiche, pieni di progetti e di ottimismo), ma perché hanno una pena da scontare, senza colpa, spesso per tutta la vita. Una pena che può essere "dolce" e tollerabilissima, ma sempre una pena.

Ecco: spezzare le catene di questo peso, liberare questi condannati innocenti, questo sarebbe stato il senso del nostro messaggio. Un grido di ribellione a un destino che si può cambiare, che la ricerca scientifica sta già cambiando. Speriamo di far sentire a tutti questo grido. Perché bisbigliare a volte non basta.»

Fabio Gasparrini e Marinella Campagnoli (agenzia Horace Kidman)